16 Novembre
Della guerra
Viviamo in una dimensione di guerra permanente, visibile e invisibile. Quali sono le sue forme? Dove si combatte? Con quali mezzi? Un'indagine che parte dal conflitto classico per arrivare alla battaglia in corso più grande, quella dell'immaginario e della sorveglianza di massa
Viviamo in una dimensione di guerra permanente, visibile e invisibile. Quali sono le sue forme? Dove si combatte? Con quali mezzi? Quello che segue è un intervento del titolare di List, intitolato "Della guerra", scritto in occasione di un incontro organizzato dall'Associazione Laureati Luiss che si è tenuto a Roma il 7 novembre scorso. Rispetto alla prima stesura del testo, sono state aggiunte un paio di note ispirate dalla cronaca. I fatti, la nostra bussola. Buona lettura.
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Signore e signori,
il nostro incontro di oggi parte da una parola: guerra.
Nell'immaginario dell'Homo Europaeus questa parola è stata cancellata, espunta, edulcorata. In ogni caso, la guerra è sempre "degli altri". Anche quando è o dovrebbe essere nostra.
La parola ha origine germanica, "werra". Che cosa è la guerra? Apriamo il dizionario Treccani:
Guerra. Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.
Questa è la definizione della guerra classica, siamo nel terreno di Carl von Clausewitz e della sua opera fondamentale, "Della guerra", dalla quale ho preso in prestito il titolo del nostro incontro. C'è la presenza delle armi e l'obiettivo dell'eliminazione dell'avversario. Esiste solo questa guerra? No, la contemporaneità è uno scenario di molteplici guerre e gli strumenti concettuali del mestiere delle armi sono utilizzati in conflitti di altro genere e non meno letali della guerra con i cannoni.
"L'essenziale è invisibile agli occhi" racconta...
Viviamo in una dimensione di guerra permanente, visibile e invisibile. Quali sono le sue forme? Dove si combatte? Con quali mezzi? Quello che segue è un intervento del titolare di List, intitolato "Della guerra", scritto in occasione di un incontro organizzato dall'Associazione Laureati Luiss che si è tenuto a Roma il 7 novembre scorso. Rispetto alla prima stesura del testo, sono state aggiunte un paio di note ispirate dalla cronaca. I fatti, la nostra bussola. Buona lettura.
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Signore e signori,
il nostro incontro di oggi parte da una parola: guerra.
Nell'immaginario dell'Homo Europaeus questa parola è stata cancellata, espunta, edulcorata. In ogni caso, la guerra è sempre "degli altri". Anche quando è o dovrebbe essere nostra.
La parola ha origine germanica, "werra". Che cosa è la guerra? Apriamo il dizionario Treccani:
Guerra. Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.
Questa è la definizione della guerra classica, siamo nel terreno di Carl von Clausewitz e della sua opera fondamentale, "Della guerra", dalla quale ho preso in prestito il titolo del nostro incontro. C'è la presenza delle armi e l'obiettivo dell'eliminazione dell'avversario. Esiste solo questa guerra? No, la contemporaneità è uno scenario di molteplici guerre e gli strumenti concettuali del mestiere delle armi sono utilizzati in conflitti di altro genere e non meno letali della guerra con i cannoni.
"L'essenziale è invisibile agli occhi" racconta Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe. L'essenziale che non vediamo oggi è la guerra nelle sue camaleontiche espressioni. Invisibile. Presente. Immanente.
La prima guerra invisibile è quella psicologica, la guerra dell'immaginario, il dominio più grande. La battaglia per la conquista della mente e del cuore è oggi la più cruenta. La combatte quello che Shoshana Zuboff definisce "Il capitalismo della sorveglianza", gli attori sono i titani della Rete.
Il target siamo noi, i nostri dati, le vite degli altri. L'impero digitale non è plurale, è un oligopolio globale dotato di un arsenale infinito, hardware (pensate alla rete di cavi, agli oggetti digitali nelle vostre case, puntati su di voi) e software (algoritmo e cloud), la sovrastruttura di un sistema che ha capacità di persuasione, deviazione e automazione mai visti prima nell'era dell'uomo. Ogni device utilizzato diventa non solo un'estensione della nostra vita, ma la trasforma, ne modifica i comportamenti fino ad automatizzarla. Questa raccolta, distribuzione e trasformazione del dato personale è un elemento di controllo che fa la differenza tra giganti e nani. A questo schema di dominio non sfugge neppure il mestiere delle armi: il più grande appalto del mondo si chiama Jedi, riguarda il cloud computing della Difesa americana, vale 10 miliardi di dollari e se lo è aggiudicato Microsoft. La creatura di Bill Gates diventa parte integrante di quello che viene definito "apparato del Pentagono".

Chi è il re mondiale del cloud? Amazon, l'azienda fondata da Jeff Bezos. Il dominio di questa azienda è tale che oggi si parla di "amazonizzazione" dell'economia. Bezos ha già vinto la sua guerra in Occidente nel commercio elettronico, egli ha instaurato la dittatura del carrello dove c'è la democrazia. Se apri la porta a una tigre, la tigre prima o poi ti mangia. Bezos non ha vinto la guerra dove ha trovato un altro impero più grande a fronteggiarlo, l'Impero Celeste, in Cina lo scettro è di Alibaba che si è appena quotato a Hong Kong. Pechino non concede il controllo del territorio all'altro impero, quello americano. E la Russia naturalmente si farà la sua rete internet. Amazon è stile di vita, consumo, il tuo conto corrente, il corriere che bussa alla tua porta oggi e il drone che ti scruta mentre sei alla finestra domani. Ti consegno il pacco solo se riconosco il tuo volto, ho le tue impronte digitali, conoscono il suono della tua voce. È la comoda consegna in cambio di una "spontanea" vita consegnata al cloud dell'individuo.
Chi correva insieme a Microsoft per l'appalto del Pentagono? Amazon. Jeff Bezos l'ha presa malissimo. Dieci miliardi. L'uomo più ricco del mondo vuole essere sempre più ricco. Viene in mente la frase di Gordon Gekko sull'avidità, Wall Street, regia e sceneggiatura di Oliver Stone:
L'avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo. L'avidità in tutte le sue forme: l'avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l'umanità. E l'avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l'altra disfunzionante società che ha nome America.
Come vedete, siamo già dentro un'altra guerra, quella economica, che al suo interno si combatte con l'arma tecnologica che, nella sua evoluzione è parte integrante della guerra classica.
Pensate all'invenzione della staffa per andare a cavallo, fu una rivoluzione incredibile, aprì le porte alla prima cavalleria corazzata:

Prima dell'introduzione della staffa il cavaliere combatteva con la spada, l'arco e la lancia, ma in una situazione di grande instabilità e pericolo. Se un colpo di spada andava a vuoto, era facile ritrovarsi a terra. La lancia veniva scagliata sul nemico usando la forza del corpo, con la spinta della spalla e del braccio. E anche in questo caso mancare il colpo esponeva al rischio letale della caduta. L'invenzione della staffa diede al cavaliere stabilità in sella e forza esponenziale. Per la prima volta cavaliere e cavallo divennero una sola arma, un'unità completa e coordinata. Potendo stare saldamente in sella con la staffa, il cavaliere teneva stretta e ferma la lancia tra corpo e braccio superiore, così la potenza era fornita dalla combinazione esponenziale del peso e della velocità del cavallo. La mano non serviva più a sferrare il colpo, ma lo guidava, indirizzando una forza d'urto che prima dell'introduzione della staffa non esisteva. L'invenzione della staffa fu uno dei primi elementi di quella che oggi si definisce RMA, Revolution in Military Affairs. I cavalieri divennero classe dominante.
Questo salto avanti e indietro ci dice che la tecnologia cambia la nostra esistenza, il costume, la vita e la morte. Ieri e oggi. Siamo in una dimensione di pervasive computing, ogni singolo oggetto, terminale, connessione, diventa anche un potenziale punto d'attacco. Provate a immaginare un virus inoculato nelle reti che controllano il traffico degli aerei, un altro virus che penetra nel network che governa la distribuzione dell'energia elettrica e un altro ancora che blocca il sistema dei pagamenti internazionali. Un mondo offline. O peggio, un mondo sempre connesso improvvisamente deviato. Questa azione provocherebbe più vittime di un attacco convenzionale e uno shock economico di lunga durata. Le guerre silenziose di oggi sono queste. Il paese più sconnesso è quello più povero ma paradossalmente rischia di essere anche il più sicuro, il meno esposto agli shock provocati dal sabotaggio della connessione. Siamo in zona di guerra. E anche dove c'è la guerra classica, ci troviamo sempre in una dimensione complessa, stratificata, giocata su più livelli. Prendiamo un caso militare, quello delle ultime settimane: l'invasione della Siria del Nord da parte della Turchia.

Quando Erdogan qualche settimana fa è andato all'Assemblea generale dell'Onu, sul podio ha mostrato una mappa (sopra, nella foto Ansa). Era quella del nuovo confine della Siria, con la "zona di sicurezza" immaginata dei turchi. Nessuno pensava che l'invasione fosse possibile e imminente, si immaginava la solita spacconata del presidente turco. Poco tempo dopo, Erdogan ha invaso la Siria. E l'ha fatto dopo aver avuto il via libera implicito di Trump che a sua volta aveva spostato i suoi militari dalle zone dei curdi. In quel momento ci siamo indignati: gli Stati Uniti non possono lasciare un alleato (i curdi) che li ha aiutati a schiacciare l'Isis alla mercè del nemico (i turchi). Sembrava un quadretto facile del grande gioco delle relazioni internazionali: Trump fa un errore, Erdogan invade la Siria del Nord, l'America pressata dalla comunità internazionale torna sui suoi passi e reagisce. E invece sul terreno operativo stava succedendo ben altro. Gli americani preparavano il blitz contro Al-Baghdadi, il capo dell'Isis, ricevevano informazioni dai turchi, sorvolavano il territorio turco con i mezzi aerei per il trasporto dei reparti speciali passando senza neanche un graffio su uno spazio aereo controllato dalle batterie anti-aeree di Russia, Turchia, Siria, milizie sciite di varia estrazione. Tutto facile. Tutto concordato. Bum, il macellaio dell'Isis muore. "Un codardo che muore come un cane, piagnucolando" dirà Trump in conferenza stampa. Il colpo che serve per la campagna presidenziale, la situation room di Obama contro Osama non è più un caso unico, c'è quella di Trump che elimina il califfo dell'orrore.

Siamo in piena America 2020. E sempre in zona di guerra. Anche qui abbiamo la tecnologia, l'antico mestiere della spia, il controllo del territorio, un mix di abilità e tecnologia, satelliti, missili cruise, le telefonate giuste con i leader, un'operazione militare che serve politicamente a tutti: Trump ha lo scalpo di Baghdadi, Erdogan ha la sua vittoria, Putin fa la forza d'interposizione, Assad riguadagna terreno, i curdi arretrano ma non soccombono. La guerra come insegna Clausewitz è la continuazione della politica con altri mezzi.
In questa dimensione da titani, l'Italia, un paese il cui governo è completamente disinformato sul tema della pace e della guerra, con il ministro Di Maio fa la sua grande battaglia etica (dunque contro i mulini a vento) dichiarando l'embargo delle armi contro Ankara. Ne avete più sentito parlare? No, tutto finito. Perché la Turchia è il nostro primo partner nel settore della difesa, semplice. E perché la Turchia ci serve come partner in Libia. Così la guerra in Siria finisce sul radar di Roma che, naturalmente, fa annunci senza sapere cosa sta facendo. Cose turche. E ancora guerra. Improvvisamente la guerra - nelle sue molteplici forme - arriva fino a noi. Nelle forme della commedia goldoniana, italiana, senza esito finale se non quello della comicità.
L'Italia è il paese delle cospirazioni di carta, lo sappiamo, ma siamo nel vortice di varie guerre contemporanee:
- La guerra delle spie di Washington
- La guerra dell'acciaio
- La guerra dei dazi
- La guerra della via della Seta
- La guerra del cambiamento climatico
Sono guerre nelle quali ci troviamo invischiati per caso, per imperizia, per forza. In nessuno di questi conflitti c'è una nostra visione, strategia. Subiamo tutto. Più o meno consapevoli di questo subire gli eventi della Storia, ne usciamo come in un film di Buster Keaton: cadiamo rovinosamente, ci rialziamo storditi, ci spolveriamo l'abito, e continuiamo a camminare per la strada. Destinazione? Non si sa. E il pubblico ride in sala.
Torniamo alla guerra dell'immaginario, il nostro punto di partenza. Delle guerre elencate poco fa, tra le più interessanti e in pieno svolgimento c'è quella dell'acciaio. Siamo allo scontro tra titani. Il caso Arcelor Mittal è perfetto per la nostra analisi perché ingloba un pensiero a una dimensione che, come vediamo in queste ore, mixato con il giustizialismo, produce mostri.
Quando è nato il governo giallo-rosso la frase magica era "green deal". Era sulla bocca di tutti - il premier Conte la mangiava a colazione, a pranzo e a cena - sembrava che fosse la svolta della nostra storia, è sparita. E basta dare un'occhiata alla legge di Bilancio e ai sondaggi dei partiti per capire la ragione della prematura scomparsa del soggetto: non c'è niente di concreto sul piano della politica, ci sono le tasse etiche. Le gabelle non piacciono a nessuno, se sono etiche ancora meno. Siamo di fronte a un'altra guerra che si combatte con una serie di ondate emotive (im)prevedibili e irregolari. La politica cerca di cavalcarle e con puntualità cade dal cavallo.
Ogni tsunami emozionale ha bisogno di razionalità, va spiegato, compreso, vanno naturalmente respinte le ricette utopistiche, quelle irrealizzabili che finiscono per conseguire risultati opposti rispetto alle attese. L'esito finale - la chiusura, almeno per ora - dell'acciaieria di Taranto è l'esempio più concreto di quanto vi sto raccontando. La fabbrica è materia che va sottratta all'ideologia, agli -ismi contemporanei, messa sul tavolo di lavoro dell'Homo Faber.
Un articolo di Janan Ganesh sul Financial Times qualche tempo fa ha toccato un punto delicato della contemporaneità: la (ri)nascente alleanza tra populisti e verdi. Il legame inatteso (ma logico), tra realisti (a destra) e utopisti (a sinistra), il fenomeno di opposti che si sposano nel nome dell'ambiente, la creazione naturale di un'intesa politica su un singolo obiettivo. Siamo in pieno sottosopra, ma questo dimostra l'importanza del tema e i rischi che corre l'industria nel sottovalutarlo e gli eccessi in cui può incorrere il legislatore nel sopravvalutarlo.

Populismo e ambientalismo diventano due movimenti opposti che si sposano per convergenza di interessi. La storia ci aiuta a capire, come ricorda l'articolo del Ft, in America fu il presidente Richard Nixon a varare le leggi per la protezione degli Oceani e delle specie minacciate di estinzione. Nixon, un repubblicano, un uomo di destra, realizzò queste riforme nonostante i connotati fossero chiaramente liberal. Non solo dunque è possibile, ma è già passato alla storia. Che come sapete tutti ama ripetersi. Così il populismo attrae le classi meno giovani, più anziane, mentre nel supermarket della politica contemporanea il radicalismo ambientalista è per i giovani e giovanissimi. Entrambi sono uniti e attratti da un tema comune: una critica durissima (più che fondata su molti aspetti, ma viziata da pregiudizio morale su altri) ai meccanismi del capitalismo su posizioni "riconoscibili come Maltusiane". Provate a leggere e ascoltare i discorsi dei teorici del nuovo ordine ecologista: c'è il tema della demografia e dunque bisogna controllare le nascite (che in questo mondo significa "ingegnerizzarle", cioè produrre distopia) perché le risorse sono scarse e bisogna fermare questa esuberanza riproduttiva e del consumo.
Vi suona familiare? Sono le tesi che portano avanti molti esponenti politici, in Italia il Movimento Cinque Stelle della decrescita (in)felice e la sinistra un tempo marxista e oggi ecologista. Il bersaglio è il capitalismo nelle sue multiformi sembianze. Siamo naturalmente in presenza di un'altra guerra, un dejà vu, l'equipaggio dello yacht della lotta di classe che ha l'ambizione di superare la politica con la biopolitica. Il problema demografico dei populisti è l'immigrazione, quello dei nuovi ambientalisti sono le nascite. Queste fazioni hanno un'estensione molto più ampia dei partiti tradizionali, nelle loro file c'è una grande "ala extraparlamentare" che li proietta in avanti, sono soggetti in espansione e non in contrazione come i partiti che cercano di inseguirli, inglobarli senza riuscirci. La giovane Thunberg (16 anni) e l'anziano Trump (73 anni) sono i poli opposti di questa guerra dell'immaginario. Greta è la barca a vela deluxe che solca l'oceano, The Donald il ferro e il fuoco dell'America. L'utopia di entrambi è costituita da un impossibile salto indietro. Trump sa che l'era del carbone nella società occidentale è in declino. Thunberg fa la traversata eco-cool grazie al capitalismo che non le ha affatto "rubato il futuro" ma glielo ha donato.
Un fatto curioso, conseguenze inattese delle utopie. Il Guardian ha pubblicato un articolo dove si racconta dell'esplosione post-Greta dei crocieristi a vela per caso. Tipi umani che con trasporto arcadico, entusiasmo senza confini, si gettano su una barca a vela e traversano i mari. Autostoppisti degli oceani, una nuova esperienza hipster, cribbio. Se la faccia di Greta è così felice, perché non esserlo anche noi? Un passaggio in mare gratis, un'immersione nell'avventura. E poi il paradiso terrestre è bello. Non hanno letto la Bibbia. Nel giardino delle delizie c'era il serpente tentatore, in acqua ci sono mille pericoli, il primo è costituito dal... clima. In barca a vela non sei tra le comodità del tuo appartamento cittadino, devi essere organizzato: sei solo in mezzo al mare, le cuccette sono scomode, la vita a bordo è dura, esiste una cosa chiamata bollettino meteo, le barche rollano, provocano nausea, se il mare è agitato e non conosci l'arte della navigazione puoi cominciare a pregare, il viaggio è lungo e puoi scordarti il tuo smartphone, c'è solo la radio. Tutti a bordo! E dopo 24 ore scopri che anche in un grande yacht da corsa farsi la doccia non è così scontato. E l'avventura transatlantica di Greta può essere un incubo. Questi sprovveduti del mare muovono compassione, sono tragicomici e quasi sempre intrisi di fondamentalismo. Sono tuttavia tipi umani che utili ai fini del nostro viaggio sulla terraferma del buon senso, ci dimostrano come lo slancio dell'utopia abbia bisogno di pragmatismo, esperienza, conoscenza, allenamento dei muscoli e soprattutto del cervello. Questa è la guerra del presente: l'arma della distrazione di massa.

Siamo tra i dolmen solitari delle costruzioni metafisiche. Solo che poi la realtà ha bisogno delle fondamenta, dei pilastri, del tetto, un riparo, una casa. L'acciaio e i posti di lavoro di Taranto sono il mondo del pragmatismo e della produzione. Cosa ci sarà al posto delle ciminiere spente? Un sussidio permanente o la fabbrica? Il dilemma è tutto qua, è un'altra dimensione della guerra contemporanea, Taranto è un avamposto, ma il centro dello scontro è il dominio globale tra i produttori di acciaio (e automobili) che guardacaso sono le grandi potenze di ieri e di oggi, Stati Uniti, India, Cina, Germania.
Guardatevi intorno, spegnete tutte le connessioni, il tempo che serve per trarre un profondo respiro e aprire gli occhi. Cosa è tutto questo? Tecnologia, utopia, distopia. La guerra in casa.
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L'immagine che apre questo numero di List è un dipinto del 1438 di Paolo Uccello. Raffigura il Disarcionamento di Bernardino della Carda. Fa parte del trittico sulla Battaglia di San Romano esposto nel museo degli Uffizi di Firenze.
