di Lorenzo Castellani
Il liberalismo manageriale matura in una società dall’etica sensistica. Per questa l’individuo è al centro di tutto. Da quattro secoli l’utilitarismo produce un progresso inarrestabile che pone la felicità dei sensi sopra qualsiasi ordine etico e metafisico. L’etica ideazionale, che tutto risolve nella metafisica, quella idealistica, che cerca la sintesi tra l’empireo delle idee e la realtà, vengono respinte. Tutto, per l’uomo moderno, si risolve nei sensi e nella sua azione incessante di trasformazione della natura. L’utilitarismo ne è la inevitabile conseguenza. Massimizzare le utilità, dimenticare i valori superiori. Così s’accelera il crepuscolo degli dei. Processo lento ma inesorabile quello della secolarizzazione che erode le tradizioni, il fondamento dell’autorità, l’universale.
Il monopolio della Verità, lascia spazio alle verità individuali. Quando esistono solo i sensi allora ogni individuo crede che sia vero solo ciò che egli può conoscere. La conoscenza si risolve nell’apprendimento individuale. La Verità rivelata, incastonata nei valori del cristianesimo, s’inabissa lasciando spazio al nichilismo e al relativismo. Il potere politico perde la discendenza divina e si contrattualizza. La Costituzione diviene la sublimazione dell’epoca illuminista, dove il processo di secolarizzazione diviene più rapido. Il diritto, pubblico e privato, abbandona la Tradizione dell’ordine giuridico medievale, si mette al servizio del contratto e dell’individuo. L’uomo europeo moderno, che matura compiutamente nel diciottesimo secolo diviene più libero, ma al tempo stesso più disancorato dal passato. È l’inizio del grande spossessamento dal vecchio mondo.
Dio sul trono, al suo fianco la Vergine Maria e Gesù, olio su tela del XV Secolo
Il mercato evolve su scala nazionale e sovranazionale, l’etica sensistica conduce a soddisfare gli appetiti e conduce alla felicità dei sensi, alla centralità del consumo e del benessere personale. Il pensiero politico diviene incentrato sull’individuo e sul contratto, la storia abbatte l’autorità assoluta, il potere e le guerre costruiscono le nazioni. Sul finire del diciannovesimo secolo si fondono centralità dell’individuo e del potere secolarizzato. Lo Stato, dalla fine dell’Ottocento, s’ammala di gigantismo poiché l’individuo non aspetta ed il capitale neppure. Libero dalle catene dell’autorità post-feudale e dell’etica del sacrificio, proteso nel mercato, tutelato dal diritto domanda con avidità maggiore protezione. La politica l’accontenta ed il potere pubblico centralizza funzioni e decisioni, travolge associazioni, chiese, famiglie e governi locali. Il burocrate irrompe sulla scena politica. I due grandi del secolo, Tocqueville e Weber, l’intuirono prima degli altri. I nuovi compiti dello Stato dovevano essere gestiti da funzionari anonimi, scelti per concorso, padroni della tecnica. Del loro lavoro ne godeva anche il capitalismo, bisognoso di strade, ferrovie, ponti e telegrafi per la sua evoluzione. Così la corporation cresce, si fonde, si espande. La proprietà privata viene diluita. Anzi, l’aristocrazia dei manager prende il sopravvento sull’imprenditore-proprietario. All’inizio del ventesimo secolo nelle nazioni più sviluppate l’industria è stata organizzata in grandi monopoli, la ricchezza ha iniziato a finanziarizzarsi, le banche centrali hanno completato la centralizzazione della moneta. Burocrati e manager scandiscono il nuovo secolo, mentre s’intersecano tra loro nei meandri del capitalismo di Stato. L’aristocrazia di nascita lascia il posto all’aristocrazia economica.

E poi arriva la massa. Da gestire con tecniche e strutture ben precise. I contorni del liberalismo manageriale si fanno più nitidi: suffragio universale, consumismo, economie di scala crescente e, di seguito, comunicazione ed istruzione di massa. La missione? Organizzare professionalmente il popolo su larga scala, questo è il fondamento del liberalismo manageriale. Per farlo si doveva superare il vecchio cosmo borghese fatto di grandi famiglie, di attività produttive, di proprietà concrete, dimore imponenti e ampie servitù, piccole città e contee. Un universo servito da una morale austera e frugale. Quel vecchio mondo doveva tramontare. La grande emancipazione dell’individuo ad opera del capitalismo e dello Stato doveva farsi largo. Il cambiamento andava diretto dall’alto: dalle burocrazie, dalle grandi tecnostrutture aziendali, dalle università e dalle redazioni dei giornali. Gli anni venti e trenta del Novecento diventarono il secolo dei tecnocrati del progresso. L’esperto era chiamato a guidare il progresso, a portare le masse nello Stato, nel capitale, nell’istruzione. Ad orientarne le opinioni attraverso radio e giornali.

Il crac del 1929. Fila davanti alla Union Bank.
Le condizioni di vita miglioravano, ma l’uomo diventava più isolato. Chiuso nel suo vuoto di insoddisfazione economica, traumatizzato dalla Grande Guerra, indebolito nelle convinzioni etiche necessarie per il mantenimento della società democratica. L’irrequietezza politica e sociale aumentava. Le promesse bruciavano una dietro l’altra, la rincorsa al cambiamento, alla rivoluzione, fremeva in ciascun individuo, l’insicurezza dilagava. L’individuo era libero, ma non sapeva cosa farsene della sua libertà di fronte alle enormi trasformazioni della storia. Con la sua libertà non poteva comprare sicurezza e stabilità. E la stessa libertà si trasformava da onore in onere. Una sensazione d’incertezza, mai più risolta dal potere politico, pervadeva la vita dei nuovi, innumerevoli cittadini. Così la società sensistica portava al collasso le prime democrazie. Il contrattualismo alla base delle costituzioni liberali ottocentesche veniva rotto, incrinato da nuovi movimenti socialisti, comunisti, nazionalisti.

11 dicembre 1941. Adolf Hitler dichiara guerra agli Stati Uniti
Le regole della convivenza politica violate brutalmente. Gli individui respingevano la paura fondendosi in massa e rievocando pulsioni primitive all’interno delle nuove strutture liberal-democratiche. Il fuoco prometeico del progresso, della scala organizzativa, della massa e dei media travolgeva l’ordine politico. Un ordine che, in quanto democratico e capitalista, portava già in grembo i semi dell’instabilità. Nei regimi totalitari si perdono le libertà individuali, l’elemento fondamentale delle rivoluzioni del diciottesimo secolo, e l’uomo-massa finisce nell’ingranaggio di uno Stato elefantiaco e manageriale, gestore come mai prima di imprese, polizie, eserciti. La nostalgia del mondo borghese, tramontato sulla metà del diciannovesimo secolo, generava il mostro totalitario. La perdita della verità gnoseologica, lo smarrimento della comunità e dell’autorità etico-politica aveva inflazionato la domanda di nuovi miti e più tremende forme di dominio.
La ricostruzione del Dopoguerra ha solidificato le democrazie, ma non ha arrestato gli spiriti del liberalismo manageriale. Il capitalismo di Stato si faceva ancora più robusto, lo sviluppo economico e tecnologico riprendeva a correre. Il manager diveniva sempre più influente, nello Stato e nel privato. Lo scientismo dilagava. Il mondo diveniva misurabile e quantificabile, tutto poteva essere pianificato e razionalizzato. I servizi pubblici si espandevano di pari passo ai consumi e ai prodotti finanziari. Il capitalismo creava ricchezza, lo Stato redistribuiva, le istituzioni si ridefinivano. Nascevano le prime tecnocrazie sovranazionali, concentrate sulla costruzione della concordanza tra mercati. L’individuo s’emancipava ancora: dalla famiglia, nel lavoro, attraverso nuovi diritti sociali. L’istruzione diveniva sempre più finalizzata alla professionalizzazione. Si iniziava a studiare per ottenere un posto di lavoro, non per altro. Rottura importante con il passato, che apriva la strada alla meritocrazia. Abilità e competenze misurano la preparazione dell’individuo al fine di farlo entrare nei meccanismi manageriali dello Stato, dell’economia, della cultura e dei media. Nel farlo diventare agente del liberalismo manageriale. La tecnica accresce con costanza la sua potenza. Essa adopera un pensiero calcolante, del quale si fida perché fatto di misure più che di valori. Questi ultimi relegati alla metafisica, esiliati nella mente di uomini marginalizzati.

Un liceo di Lione durante il Maggio francese.
Negli anni Settanta, però, il sistema ritornava in crisi. La rivoluzione sessantottina aveva scatenato nuovi appetiti redistributivi, maggiori pretese democratiche, uno stile di vita ancor più all’insegna dell’etica sensista. La ricerca del piacere prendeva posto tra le prime file, i legami con la tradizione s’allentavano ulteriormente, edonismo e narcisismo guidavano le nuove generazioni. Tutto si riduceva a scelta dell’individuo. Niente valori, niente etica, niente autorità, solo libere decisioni personali. La ragione finiva al servizio dell’auto-determinazione.
Maturava nel frattempo la crisi dello Stato, sempre più inadeguato a compiere la funzione di redistribuzione. Le politiche di spesa avevano efficacia esplosiva nel breve periodo, per affrontare una guerra, ma ripetute per decenni diventavano ingestibili. In un capitalismo sempre più patrimonializzato e proteso al consumo la funzione economica della redistribuzione non riesce più a bilanciarsi con la necessità dello Stato di legittimarsi. Una legittimazione resa impossibile anche dalla crisi dell’autorità che investe tutta la società, oramai incastrata senza più intermediazioni tra lo Stato, e le sue irradiazioni sovranazionali, e l’individuo.
La copertina del Leviatano di Hobbes.
Si è temprato, dunque, uno Stato liberale secolarizzato che poggia su presupposti che non è in grado a garantire. La tecnica, a cui il liberalismo manageriale s’appiglia, pretende di fornire una nuova legittimazione. Tuttavia, ciò che minaccia l’uomo nella sua essenza è proprio la convinzione che la produzione tecnica metterà ordine nel mondo, mentre al contrario essa abbatte e livella ogni autorità, distruggendo così, sin dall’inizio, ogni ordine possibile. La contraddizione del liberalismo manageriale è proprio in questa sua evoluzione: la prevalenza del pensiero razionale passo dopo passo uccide quella della volontà, e quindi la propria capacità nel pensare. Esso sopravvive solo come un mesto insieme di procedure: il pensiero viene ridotto a procedura.
D’altronde il grande capitalismo mescolato con lo Stato non ha come conseguenza che una omogeneizzazione degli individui attraverso le regole dell’egualitarismo, del cosmopolitismo e del consumismo. Questo è ciò che prende il nome di progresso.
Tutt’oggi prosegue la razionalizzazione del sistema tentata attraverso regole ed istituzioni sovranazionali, autorità indipendenti, banche centrali ed una tecnocrazia che si mescola con un crescente cesarismo politico. Ancora oggi, però, solo l’etica sensistica domina e continua a scuotere i nervi dell’uomo occidentale. E’ come se ad istituzioni sempre più razionalizzate e ad una vita sempre più incentrata sulla conoscenza tecnica corrispondesse un dibattito pubblico sempre più governato dalle emozioni.
La sede della Banca centrale europea a Francoforte.
La crisi dello Stato redistributivo iniziata cinquant’anni fa non è stata risolta, anzi appare aggravata dagli squilibri interni alle nazioni portati dall’espansione della globalizzazione. Così come sono cresciute le instabilità di un capitalismo sempre più lontano dalla produzione territorializzata e sempre più incline a mercificare ogni campo della vita. Rendite, avidità d’accumulo, diritti sociali non sembrano scalfibili dalla politica dell’era del liberalismo manageriale, che mai è stata così impotente. La politica, infatti, appare limitata a pura propaganda perché oramai il progresso rende inutile ogni scelta politica, dato che esso va solo inseguito economicamente.
La caduta della legittimità delle istituzioni politiche non appare arrestabile poiché non si presentano alternative ad una visione della vita sensistica e ad una concezione artificiale, meccanicistica, economicista dell’esistenza. Individuo, tecnica, consumo. Null’altro. Le radici dell’era borghese sfibrate, ma non distrutte rinfocolano le resistenze politiche e sociali ai piani del liberalismo manageriale. Comunità, eredità e territorialità sabotano la transizione all’uomo senza passaporto.
Senza risolvere le crisi ma scavalcandole il sistema produce uno sviluppo che s’infrange sui limiti sociali e genera reazioni di crescente violenza. Le grandi istituzioni, lontane ed artificiali dalla comunità, più si ampliano e più s’indeboliscono come la storia dell’Unione Europea dimostra. Il liberalismo manageriale vacilla dalle fondamenta, ma il suo pilota automatico non permette di cambiare itinerario. L’era del disordine è arrivata, ma nessuno può prevedere quando e come arriverà lo schianto.
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Nota: ai lettori potrà forse interessare quali autori hanno ispirato questi scritti per cibarsene a loro volta. Difficile enumerarli tutti puntualmente poiché mentre si scrive gli affluenti si moltiplicano. Sicuramente importanti per avviare la riflessione è stata la lettura dei testi di Pitirim Sorokin, F.A. Hayek, James Burnham, Geminello Alvi, John Lukacs, Robert Nisbet, Carl Schmitt, Elias Canetti, Emanuele Severino. Siamo nani sulle spalle dei giganti.
2. Fine